Dove osano le Lego

Diversi fattori mi hanno spinto a scrivere questo testo, e tutti si sono concentrati sabato scorso: questo confronto fra cinque film di guerra di Vincenzo del blog “L’Ultimo Spettacolo” e questa classifica dei migliori 5 Lego dell’infanzia di Riccardo del blog “Il Bazar di Riky“, nuova frequentazione che ho scoperto in un post similare del blog “The Reign of Ema“: e tutti noi seguiamo le Lego di MikyMoz.
La fusione di film di guerra e giocattoli anni Ottanta mi hanno spinto a dire la mia su un argomento molto personale.

Uno storico film di guerra, ma forse non il migliore dell’epoca

Superata la Pasqua del 1984 i giornali informano che il Ministero del commercio estero italiano ha concesso l’autorizzazione per l’importazione di oltre duecento film, per un valore di 50 miliardi di vecchie lire, per essere trasmessi dai tre canali RAI. Perché mai quel ministero si è occupato di cinema? E perché si parla di film “sbloccati”?
Nei giorni successivi di quell’aprile 1984 ci viene spiegato che i produttori cinematografici italiani si erano sollevati contro l’eccessivo acquisto di pellicole straniere, che “rubavano spettatori” ai prodotti nostrani, così era dovuto intervenire il ministero per sbloccare la situazione, sborsando vari miliardi di lire – c’è chi dice 50, chi 25, chi di più, chi di meno: i giornali italiani le sparano sempre di tutti i colori! – per fornire alla televisione nazionale prodotti di altissima qualità.

Clint Eastwood e Richard Burton: due attori “leggermente” famosi!
(© 1968 Warner Bros)

Sono lontani i tempi in cui gli enti pubblici investivano per venire incontro alla gente, battendo il privato. Ricordo infatti che all’epoca il cinema era in mano a produttori privati, non come oggi che ogni inutile porcata immonda, che non guadagna un solo euro, è considerata di pubblica utilità e pagata con soldi nostri. Oggi il cinema italiano è fatto prelevando soldi dalle tasche di noi pochi che paghiamo le tasse, all’epoca invece i produttori privati ci mettevano soldi loro. Poi tanto arrivava il ministero a sborsare miliardi di soldi pubblici…

Il quell’aprile 1984 la RAI strombazza in giro, giustamente entusiasta, i grandi film americani che ha appena comprato per poter trasmettere in prima serata, assicurandosi poi che scomparissero tutti nel nulla, garantendo il minor numero possibile di repliche per il futuro. (Per fortuna in molti casi detti film sono stati comprati da altre reti e resi molto più disponibili.)
Abbiamo filmoni come Il dottor Zivago (1965, trasmesso da Raiuno il 6 maggio di quell’anno), I magnifici sette (1960, trasmesso da Raidue l’8 maggio), Irma la dolce (1963, trasmesso da Raitre il 16 maggio) e La grande fuga (1963, trasmesso da Raidue il 22 e 23 maggio). Ci sono anche pellicole più recenti, come Cavalieri selvaggi di John Frankenheimer (1971, trasmesso da Raiuno il 18 maggio) e La formula di John G. Avildsen (1980, trasmesso da Raidue il 15 maggio).

In pratica da quel maggio 1984 ogni giorno un canale RAI mandava in onda un filmone, nel disperato tentativo di fare concorrenza alle reti private – come per esempio quelle di Berlusconi, Canale 5 (dal 1981) e Italia1 (dal 1983) – e nel frettoloso calderone di una programmazione schizzata viene mandato in onda uno dei filmoni di guerra forse più noti che visti: Dove osano la aquile (Where Eagles Dare, 1968) di Brian G. Hutton.
Presentato a Londra il 22 gennaio 1969, il film aveva già esordito nelle sale italiane il 31 dicembre 1968. Dopo il passaggio sulla RAI dovrà aspettare l’ottobre 1986 per apparire in VHS, targata MGM/UA: oggi lo trovate in DVD e Blu-ray Warner Bros.

Quel 13 maggio 1984 avevo nove anni e mezzo – sono dell’ottobre 1974 – quando inchiodati davanti alla TV tutti in famiglia vedemmo Raiuno trasmettere la prima delle due puntate in cui fu diviso il film. Erano anni in cui due ore e mezzo erano considerate un minutaggio esagerato e quindi la RAI preferì spezzare in due giorni la visione: stando ovviamente attenta a trasmettere la prima parte proprio in contemporanea con l’imbattibile Drive-In di Italia1. Visto che io veneravo Drive-In e ho visto ogni puntata sin dall’inizio della trasmissione, immagino che non sarà stato piacevole per me perdere le curve di Carmen Russo in favore della faccia di cuoio di Clint Eastwood…

Secondo la mia percezione di bambino, il film durò tipo centoventi ore: rivisto oggi confermo e sottoscrivo il giudizio. Dove osano le aquile seguiva fedelmente i ritmi dell’epoca – non a caso gli americani amavano copiare dai giapponesi, perché ne condividevano i ritmi lentissimi! – ma con una differenza: non siamo davanti ad un kolossal che ai ritmi dilatati all’eccesso contrappone una secchiata di grandi attori che comunque ti riempiono lo schermo. Qui per tutta la durata dell’economico film ci sono solo Richard Burton e Clint Eastwood che fanno cose lente, stando sempre attenti a impiegare il massimo della lentezza in qualsiasi cosa facciano. Non ho letto il romanzo originale del 1967 di Alistair MacLean (Bompiani 1969) ma ho fede che la storia sia più “scoppiettante”.

«Durante l’ultima guerra mondiale, in una notte d’inverno, sette uomini e una donna sono paracadutati in un inaccessibile castello dove ha sede il Quartier Generale della Gestapo. Il loro obiettivo è duplice: liberare un generale americano che conosce i piani del “Giorno D” e stabilire l’identità di un agente che fa il doppio gioco e si è infiltrato nel servizio segreto inglese. Un’impresa disperata, un pugno d’uomini che affrontano temerariamente il pericolo: ma da che parte sta il pericolo, quando in ogni personaggio si cela un incontro imprevedibile, in ogni mossa un rovesciamento di scena? Un romanzo carico di suspense che rinnova il successo de I cannoni di Navarone
(trama dell’edizione Oscar Mondadori del romanzo.)

Stando sempre bene attenti a mantenere la stessa identica espressione facciale, Eastwood e Burton partono per una missione in cui la noia è l’unica parola d’ordine. Con lentezza degna di un film asiatico i due devono raggiungere lo Schloss Adler, il Castello delle Aquile, una fortezza austriaca arroccata su alte vette e raggiungibile esclusivamente mediante funivia. (Come location è stata utilizzata la splendida Fortezza di Hohenwerfen.)

«Istintivamente, quasi, Smith si arrestò per poter meglio osservare quella lontana costellazione e i suoi uomini si fermarono con lui. Schloss Adler, il castello delle aquile, sembrava irraggiungibile quasi quanto le montagne della luna. Senza parlare, gli uomini rimasero a guardare le luci in un lungo silenzio; si guardarono quindi l’un l’altro, poi, nuovamente per muto accordo, ripresero la propria strada, mentre gli stivali scricchiolavano sulla neve gelata.»
(traduzione di Ugo Carrega)

Lo Schloss Adler: il Castello delle Aquile

La trama del film non ha importanza, perché tutto porta all’unico fattore che ha reso la pellicola immortale, l’unico momento in quelle due serate del 1984 in cui mi sono destato dal sonno profondo: la fuga sulla funivia. Che detta così sembra poca roba, 33 anni fa la visione fu particolarmente esplosiva.

L’unico momento da ricordare del film

Nel 1984 non esisteva parental control e menate similari: i bambini vedevano gli stessi programmi degli adulti, e gli adulti vedevano programmi per adulti. (Usanza ormai dimenticata.) Quindi se un bravo americano, accucciato su una cabina di funivia sospesa nel vuoto, getta un nazista di sotto picconandogli un braccio… be’, nessuno si fa particolari problemi. Qualche anno dopo, nel 1988, al momento di fare il botto di spettatori con Il nome della rosa (1986) la RAI censurò le natiche sode della giovane paesana che si spupazza Adso, ma evidentemente picconare un nazista era considerato più family friendly.

Ma non gli mozzava le dita???

La cosa assurda è che io ho il ricordo perfetto e cristallino di aver visto Richard Burton picconare le dita del nazista, quindi sono rimasto profondamente deluso rivedendo la scena a tre decenni di distanza, scoprendo che invece viene semplicemente ferito il braccio, con due gocce di sangue finto. Avrei scommesso mille miliardi che la scena fosse molto più truculenta, tanto da farmela ricordare a tutti questi anni di distanza. Possibile che abbia visto una versione diversa del film?

Meravigliosa illustrazione di Frank McCarthy per la locandina originale del film

Comunque anche le locandine dell’epoca esaltano l’elemento più forte (e fondamentale) del film Dove osano le aquile: le sequenze sulla cabina sospesa nel vuoto.

Quel maggio del 1984 ero particolarmente fomentato per la visione di quest’ultima parte del film, quindi cercavo un modo per portare nel mio mondo quello scenario: volevo “giocare” con personaggi sospesi su una funivia, ma come fare? Ovvio: basta affidarsi alle Lego.

Quando negli anni Duemila si parla di Lego si parla di modellismo, di set, di linee, di film a cui si ispirano: nel 1984 le Lego erano costruzioni, cosa che poi hanno smesso di essere. E “costruzioni” significa che erano materiale per costruire qualsiasi cosa, bastava trovare il pezzo giusto o inventarsi un modo per usarne uno similare. Era un’epoca in cui i pezzi erano neutri perché quello che contava era la fantasia dell’utente finale: non c’erano film a cui ispirarsi, non c’erano personaggi standard, era tutto materiale assolutamente plasmabile. E c’erano libri che ti davano idee.

Sin da almeno il 1982 avevo uno di quei libri che oggi chiamano “Lego Idea Book” (n. 226, stampato in Germania nel 1981), un variopinto testo di 84 pagine che forniva idee per modellini non in commercio: aerei, astronavi, automobili e via dicendo. Quel numero, da pagina 66 a pagina 71, presentava istruzioni dettagliate su come costruire una funivia… e non poteva essere un caso! Era il Dio Lego che mi stava chiamando: voleva che io costruissi una funivia!

Cliccate per ingrandire le pagine

Il brutto degli “Idea Book” è che davano per scontato che tu avessi quintali di mattoncini in casa, quindi molte di quelle idee non riuscii a metterle in pratica per cronica mancanza di pezzi: è facile consigliare “prendi cinquanta mattoncini gialli”, molto più difficile trovarli.
Quel maggio – o comunque nelle immediate vicinanze – ho dovuto dare fondo ad ogni mattoncino, facendo i salti mortali per cercare di sopperire a tutti i pezzi che mi mancavano, non potendo fare nulla per il colore: ma come si faceva a trovare così tanti pezzi di colore rosso?

Presi degli elenchi telefonici per fare le Alpi – per fortuna sono di Roma, quindi bastano due elenchi per fare il Monte Bianco! – la parte più difficile fu usare lo spago di casa per fare i cavi della cabina, e ancora mi chiedo come accidenti ci sia riuscito. Comunque dopo faticosa costruzione un pomeriggio finalmente riuscii ad allestire sul tavolo della cucina una traballante ma convincente funivia.
Ok, la cabina non si muoveva come previsto, e se provavi a farla scorrere era più facile che crollasse tutto, ma alla fine lo feci: avevo reso reale, a casa mia, Dove osano le aquile!

Facciamo un salto di 33 anni ed arriviamo ad oggi, 2017: pensavo di finire qui il pezzo, ma poi la nostalgia canaglia mi ha colpito. La funivia è fuori discussione… ma perché non costruire la cabina per “scopi pubblicitari”?

Il colore grigio mi sembra molto più attinente al film

Mi fiondo sui miei vecchi Lego, gli stessi che usai tre decenni fa, e seguendo le istruzioni riportate – ma cambiando i colori, perché non ho tutti quei pezzi rossi! – ho costruito la cabina e ci ho messo sopra due personaggi, con tanto di piccozza, a ricreare la famosa scena del film.

Ok, forse la somiglianza con Richard Burton non è proprio schiacciante…

Ma aspetta… ho ancora la carta “montagnosa” del presepe utilizzata per il mio Natale su Eternia (2010): perché non usarla per farci le Alpi?

Mi sa che le Alpi non sono così “marroni”…

La pazzia sta lentamente prendendo il sopravvento e mi chiedo: ho due schermi accanto alle “Alpi”… perché non mettere un cavo a cui appendere la cabina? Ok, non ho cavi in casa ma una vecchia cuffia rotta che mi sono dimenticato di buttar via… Perfetto!

Sospesi tra due monitor con tanto di riflettori in basso!

Il film del 1968 rimane un caposaldo del genere warmovie ma non raggiunge minimamente la levatura di capolavori come Quella sporca dozzina (1967) o La grande fuga (1963), semplicemente perché vedere due soli personaggi che fanno cose per due ore e mezza… è davvero noioso! (Per carità, è un giudizio personale, ma oggettivamente siamo lontani dalla “grandiosità” dei film di guerra del periodo.)
Mi sono comunque divertito un mondo a stilare questo omaggio ad un film che mi ha segnato l’infanzia… proprio come hanno fatto le Lego!

Dove osano le Lego!

L.

P.P.S.
Per le recensioni di altri film di guerra, vi rimando al mio blog Il Zinefilo.

P.P.P.S.
Per locandine italiane d’annata di film di guerra, vi rimando al mio blog IPMP.

– Ultimi post simili:

16 thoughts on “Dove osano le Lego

  1. Grazie per la citazione!
    Riky voglio il compenso!

    Gran bell’articolo! Sia la curiosa prima parte che la seconda coi famosi mattoncini. Commento nel dettaglio:
    Curiosa la cosa del ministero dell’84, non ne sapevo nulla.
    Aaah, gli anni 80, quando i film iniziavano alle 20:30, orario in cui molto miei coetanei erano già a letto ma io no, i miei non hanno mai rotto, tanto se avevo sonno crollavo io alla pubblicità del fine primo tempo.
    Comunque, come ripeto spesso, trovo affascinante la semplicità dei vecchi Lego, oggi sono troppo elaborati e secondo me ammazzano la fantasia.
    Ahahah “due elenchi per fare il monte Bianco” 😂
    Sul monitor avrei messo la scena della funivia più che il titolo.

    Appena ho due secondi vado di corsa a leggere Natale su Eternia, da titolo pare una ficata!

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    • Non ci crederai, ma ho scattato anche una foto con la scena della funivia, esattamente come proponi: alla fine non l’ho messa, ma ora l’aggiungerò! Le grandi menti pensano all’unisono 😛
      Concordo pienamente sulle vecchie Lego, che erano semplici costruzioni e non modellismo: tutti i miei amici e conoscenti hanno figli piccoli, tutti amano i Lego… ma non mi sembra che ci costruiscano qualcosa di diverso da quello ritratto sulla scatola! Non sono “costruzioni”, sono “modellini”, e questo davvero ammazza molta della fantasia…
      Grazie per i compilmenti e spero ti piacerà “Natale su Eternia” ^_^

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      • Ho TUTTI i Lego che avevo da bambino, tutti mischiati in uno scatolone (quello del panettone + spumante)… vorrei tirarli fuori, cercare le istruzioni in rete e ricostruirli! Mi manca il tempo però… magari a ottobre se riesco ad andare in pensione (anche se sarebbe più corretto dire disoccupazione volontaria 😝).

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      • Non ho mai voluto mettere i miei Lego nei fustini – com’era usanza alla mia epoca – perché poi si mischiavano tutte e trovare i pezzi diventava impossibile. Ancora oggi, a trent’anni di distanza, conservo i pezzi divisi in contenitori nati per viti e bulloni, un insieme ordinato per cui posso ritrovare tutto con breve ricerca. Non sai mai quando può servirti di costruire qualcosa! 😀
        Ho cominciato a lavorare nel 1994 quindi io non vedrò mai la pensione: anche nel mio caso sarà disoccupazione volontaria, quando non avrò più le forze per andare avanti.
        Comunque per ottobre ti auguro il meglio ^_^

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      • Oddio i fustini, li avevo rimossi! Usavo quelli di cartone della Dash ma per i Playmobil!
        Vorrei andare su un’isola tropicale, anche a pulire i cessi dei resort, perché dopo 8 ore di merda, ne avrei altrettante di paradiso! Mi preoccupano solo gli tsunami…

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      • ahahah ormai anche i paradisi tropicali si sono guastati: si sta bene ma sempre più spesso arriva un disastro naturale a spazzare via tutto!
        Una volta i fustini di cartone erano presenza fissa di ogni casa, e ci si metteva di tutto, dentro. La confezione del panettone era roba “deluxe”, così come le scatole rotonde dei biscotti al burro usate per la roba del cucito delle mamme 😛

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  2. Grazie per la citazione. Post spettacolo! Quindi Lucius sei un grande cultore dei Lego…c’è molto da dire:)

    Idea Book, fantastico: io ne avevo uno degli anni ’90. Però sì, io ero uno ligio alle istruzioni, mi piaceva inventare avventure, non costruire :D.

    Certo che hai avuto un’idea originalissima a trasformare in Lego un notissimo film.

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    • Prendendo la palla al balzo, a breve trasformerò in Lego un noto film con Siffredi e Pozzi!

      Ovviamente scherzo!

      C’era un blog che seguivo tramite social anni fa, Figure In Action, con le action figures trasformate a fumetto… noi appassionati dei Lego, che cita Lucius a inizio articolo, potremmo unire le forze e fare qualcosa di simile! Fatemi sapere se vi aggrada l’idea. Mando una email anche a Moz, che questi giorni è impegnato con la caccia al tesoro, per farlo intervenire qui.
      Tanto da quel poco che vi conosco, ho già dedotto che col cazzeggio andiamo forte, potrebbe uscire qualcosa carina! So che esiste già qualcosa dalle immagini che mi girano su Whatsapp ma unendo le nostre menti malate…
      Un’idea per un progetto futuro della Geek League (long live the Geek League, prendendo spunto dal famoso motto della Legione dei Super-Eroi!).

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      • Figures in Action è fighissimo! Già sto pensando a qualcosa del genere da testare sul campo proprio nell’imminente. A strettissimo giro con altri due blog lanceremo un progetto in realtà aperto a chiunque: WWB: World War of Bloggers. Recensioni di film sulla Seconda guerra mondiale a go go, e penso di recensirne qualcuno… a colpi di Lego ^_^

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    • Come sempre, il tuo commento era finito in spam: continua a parlare male di WP, vedi che poi si vendica? 😀
      Scherzi a parte, ormai controllo regolarmente quindi anche se con un po’ di ritardo dovrei riuscire a “raccoglierti” in tempo.
      L’idea è ovviamente divertentissima ma sappi che già ho in programma di sfruttare il progetto WWB (World War of Bloggers, con citazioni di film di guerra a go go) per divertirmi a recensire tramite Lego. Dovrei iniziare in questi giorni, visto che per venerdì metterò la mia super-mega-recensione di “Indianapolis” (per cui ho letto saggi tutta la settimana scorsa)

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    • Attualmente io ho un Superman e un Batman (dal film), 4 cavalieri e un 3 in 1 di Lego Creator (quello che ho messo nel mio articolo), però come dicevo a Lucius, conto di recuperare tutti quelli vecchi dell’infanzia.
      Ma affiderei la fotografia a Lucius che ne compra parecchi con le riviste.
      Oppure si potrebbe usare l’app, che ancora devo scaricare e vedere se abbia potenzialità. Si costruisce virtualmente e poi screen shot!

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